
LA LEISHMANIOSI CANINA: |
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Nella forma tipica cronica il
quadro sintomatologico risulta abbastanza complesso ed oltremodo vario. I sintomi della malattia, inizialmente, possono essere estremamente vaghi, per poi divenire più decisi e gravi, caratterizzati soprattutto da manifestazioni a carico della cute, delle mucose e da sintomi di ordine generale.
Molti dei segni clinici rilevabili in corso di
leishmaniosi, sono comuni anche ad altre patologie, altrettanto comuni
nelle zone endemiche, che possono essere concomitanti con la
leishmaniosi stessa. Questo fatto, oltre a complicare la diagnosi, rende
ancor più difficoltosa l'applicazione di un protocollo razionale per ciò
che concerne la terapia (già di per sé aspetto piuttosto delicato).
Gli esami specifici sono quelli più importanti, in quanto consentono di ottenere la diagnosi di leishmaniosi in maniera diretta. Invece gli esami aspecifici hanno l'utilità di segnalare al diagnosta una qualche forma di sofferenza d'organo o di apparato che possa essere - direttamente o indirettamente - correlata con la leishmaniosi. Inoltre le indagini diagnostiche aspecifiche sopra elencate, hanno l'indubbia utilità di permettere controlli nel tempo, consentendo una duplice informazione: valutazione delle condizioni generali del paziente in senso dinamico ed apprezzamento della risposta alla terapia.
TERAPIE I protocolli terapeutici più frequentemente utilizzati in Italia sono quelli che prevedono l’impiego dell’antimoniato di N-metilglucamina (Glucantim) in combinazione con l’allopurinolo o con l’amminosidina, con dosaggi e tempi di somministrazione molto variabili. I tre farmaci precedentemente citati spesso vengono utilizzati in monoterapia. Farmaci considerati "alternativi" sono l’amfotericina B (classica o liposomizzata), la pentamidina, il chetoconazolo e il metronidazolo; ancora in fase di sperimentazione sono la miltefosine, l’atovaquone e alcuni chemioantibiotici quali la spiramicina e i chinolonici. Un punto fondamentale che bisognerebbe prendere in considerazione nella scelta terapeutica è la valutazione del potere infettante residuo dei soggetti trattati: nella maggior parte dei casi, i cani leishmaniotici trattati restano comunque un serbatoio attivo, spesso portatori di ceppi di leishmania chemioresistenti in virtù dei trattamenti indiscriminati. Allo stato attuale, purtroppo, risulta impossibile verificare il potere infettante di tutti i cani trattati mediante l’uso di flebotomi (prova biologica), e l’eventuale presenza in essi di ceppi resistenti. L’attenzione degli studiosi che si interessano dell’argomento è oggi rivolta verso due nuovi campi: l’immunoterapia e la profilassi vaccinale, senza naturalmente trascurare l’interessantissimo filone di ricerca volto alla messa a punto di sostanze utilizzabili nei confronti dei flebotomi. Diversi esperimenti vaccinali sono in corso in varie parti del mondo, sia nell’uomo che nel cane, anche se, almeno per quanto riguarda la specie canina, pur in presenza di risultati parziali apparentemente positivi, non sono stati ancora messi a punto dei protocolli utilizzabili nella pratica professionale. E’ auspicabile che, nel prossimo futuro, la combinazione tra la terapia farmacologica dei soggetti ammalati, la profilassi vaccinale di quelli indenni e l’applicazione su larga scala di misure di lotta ai flebotomi vettori, porti ad un controllo sempre più efficace di questa temibile zoonosi.
Dot. Vet. N. Ciaccia |