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                       LA LEISHMANIOSI CANINA:

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È stata riportata una forma acuta pura (Bourdeau, 1983) con febbre, sintomi nervosi e morte, difficilmente differenziabile da una forma di
cimurro nervoso in considerazione della celerità dell'esito.

Nella forma tipica cronica il quadro sintomatologico risulta abbastanza complesso ed oltremodo vario.
Dopo il periodo d'incubazione l'infezione può decorrere, oltre che con diversi sintomi (spesso molto gravi), anche in forma asintomatica, cioè in modo silente o quasi inapparente. Comunque bisogna tenere presente che non sempre ad un quadro clinico grave e conclamato corrisponde una parassitosi altrettanto grave, così come ad un quadro silente può corrispondere una grave parassitosi; si può già comprendere come la diagnosi clinica presenti sempre delle difficoltà.

I sintomi della malattia, inizialmente, possono essere estremamente vaghi, per poi divenire più decisi e gravi, caratterizzati soprattutto da manifestazioni a carico della cute, delle mucose e da sintomi di ordine generale.


In zone dove la leishmaniosi ha un'ampia diffusione, spesso si ha la tendenza ad etichettare un cane solo sulla base dei sintomi clinici, magari con qualche dato di laboratorio aspecifico. Ovviamente è fondamentale non fermarsi ad una valutazione del genere, ma procedere onde addivenire ad una diagnosi con metodo specifico; altrimenti si corre il rischio di non diagnosticare più del 50% dei casi realmente infetti.

Molti dei segni clinici rilevabili in corso di leishmaniosi, sono comuni anche ad altre patologie, altrettanto comuni nelle zone endemiche, che possono essere concomitanti con la leishmaniosi stessa. Questo fatto, oltre a complicare la diagnosi, rende ancor più difficoltosa l'applicazione di un protocollo razionale per ciò che concerne la terapia (già di per sé aspetto piuttosto delicato).
La tabella che segue può essere utile in ambito diagnostico differenziale.

 

Gli esami specifici sono quelli più importanti, in quanto consentono di ottenere la diagnosi di leishmaniosi in maniera diretta. Invece gli esami aspecifici hanno l'utilità di segnalare al diagnosta una qualche forma di sofferenza d'organo o di apparato che possa essere - direttamente o indirettamente - correlata con la leishmaniosi. Inoltre le indagini diagnostiche aspecifiche sopra elencate, hanno l'indubbia utilità di permettere controlli nel tempo, consentendo una duplice informazione: valutazione delle condizioni generali del paziente in senso dinamico ed apprezzamento della risposta alla terapia.

 

TERAPIE

I protocolli terapeutici più frequentemente utilizzati in Italia sono quelli che prevedono l’impiego dell’antimoniato di N-metilglucamina (Glucantim) in combinazione con l’allopurinolo o con l’amminosidina, con dosaggi e tempi di somministrazione molto variabili.

I tre farmaci precedentemente citati spesso vengono utilizzati in monoterapia. Farmaci considerati "alternativi" sono l’amfotericina B (classica o liposomizzata), la pentamidina, il chetoconazolo e il metronidazolo; ancora in fase di sperimentazione sono la miltefosine, l’atovaquone e alcuni chemioantibiotici quali la spiramicina e i chinolonici.

Un punto fondamentale che bisognerebbe prendere in considerazione nella scelta terapeutica è la valutazione del potere infettante residuo dei soggetti trattati: nella maggior parte dei casi, i cani leishmaniotici trattati restano comunque un serbatoio attivo, spesso portatori di ceppi di leishmania chemioresistenti in virtù dei trattamenti indiscriminati.

Allo stato attuale, purtroppo, risulta impossibile verificare il potere infettante di tutti i cani trattati mediante l’uso di flebotomi (prova biologica), e l’eventuale presenza in essi di ceppi resistenti.

L’attenzione degli studiosi che si interessano dell’argomento è oggi rivolta verso due nuovi campi: l’immunoterapia e la profilassi vaccinale, senza naturalmente trascurare l’interessantissimo filone di ricerca volto alla messa a punto di sostanze utilizzabili nei confronti dei flebotomi.

Diversi esperimenti vaccinali sono in corso in varie parti del mondo, sia nell’uomo che nel cane, anche se, almeno per quanto riguarda la specie canina, pur in presenza di risultati parziali apparentemente positivi, non sono stati ancora messi a punto dei protocolli utilizzabili nella pratica professionale. E’ auspicabile che, nel prossimo futuro, la combinazione tra la terapia farmacologica dei soggetti ammalati, la profilassi vaccinale di quelli indenni e l’applicazione su larga scala di misure di lotta ai flebotomi vettori, porti ad un controllo sempre più efficace di questa temibile zoonosi.

 

 

 

Dot. Vet. N. Ciaccia